Ἀδάμας Mέλας (Adàmas Mèlas)

Ἀδάμας Mέλας (Adàmas Mèlas)

Semper adamas

«La mia gente non ha paura di nulla, nemmeno delle parole»
(Gabriele d'ANNUNZIO, principe di Montenevoso)

«Ritti sulla cima del mondo, noi scagliammo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!»
(Filippo Tommaso MARINETTI, Manifesto del Futurismo, in «Le Figaro», PARIGI, 20 febbraio 1909)

Vi Veri Veniversum Vivus Vici

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Ritornando al nostro “eroe”, dai suoi atteggiamenti e comportamenti, nonché dal suo modo di parlare, calabrese infarcito di spagnolismi, egli appare come il tipico ricco signorotto locale (addirittura un nobile principe), che si prende gioco di tutti con una battuta ironica e sarcastica paragonabile alla falsa cultura barocca e finendo poi lui stesso coll’essere deriso da tutti.

Tronfio e litigioso, che incute timore ai suoi sottoposti e pretende rispetto dalle persone più umili, egli, invece, risulta l'esatto contrario: timoroso e fifone, la cui vanagloria si fonda su un carattere debole; dinanzi all'avversario temerario e ardimentoso, anche solo che alzi la voce e sia un bambino, cerca sempre di svignarsela dandosela a gambe levate o defilarsi, nascondendosi nel più vicino riparo, addirittura, se fosse il caso, sotto un tavolo, e assumendo, di contro, davanti a chi può rappresentare un pericolo o una minaccia, atteggiamenti di vera e propria riverenza e umiltà, che sfociano nella sottomissione, nella ruffianeria e nell'adulazione. Mentre, difatti, dimostra di ostentare sicurezza sguainando la spada e minacciando di compiere flagelli con un turbinio di parole con cui avverte di rompere teste e ossa, non esita a scappare a gambe levate tutte le volte che le cose non si mettono per il verso giusto: forte e irremovibile coi più deboli, si rivela debole e compiacente coi più forti.

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Ἀδάμας Mέλας (Adàmas Mèlas)

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Il Capitano rappresenta, seppur con vari nomi, una delle più antiche maschere della Commedia dell'Arte. Egli era già presente nella commedia classica latina col nome di Pirgopolinice, protagonista della commedia plautina Miles gloriosus (Il soldato spaccone) e con quello di Trasone, personaggio di quella terenziana Eunuchus (L'eunuco), ma rinasce, in varie forme, nel teatro italiano del '500, impersonando, di volta in volta, il soldato estroso e animato da sentimenti elevati, come quello apparentemente coraggioso ma tutt'altro nella realtà, dimostrando, però, malcelato terrore nell'affrontare l'avversario, fosse in un duello come in una battaglia, in deciso contrasto con quanto palesava a parole. Colla dominazione spagnola, rimarcata dal passaggio del sovrano Carlo V imperatore del Sacro romano impero e re di NAPOLI col nome di Carlo IV e di Sicilia come Carlo II, oltre che di Spagna, ovviamente, con quello di Carlo I (nel cui viaggio, toccò anche CASTROVILLARI, a cui concesse il titolo di città, ribadendo un decreto di un precedente sovrano), questa maschera fu intrisa di elementi tipicamente iberici, come il costume e l'eloquio.

Personaggio a volte contrapposto ai Mori, in altre circostanze viene presentato come facile vittima di scherzi e lazzi da parte della popolazione italiana, che mal sopportava il soldato spagnolo, autoritario e prepotente. Infatti, il costume scenico rimanda abbondantemente alle uniformi dei soldati spagnoli, ma piuttosto multicolore e addobbato da ninnoli e nastri in modo da esasperarne la ridicolaggine (il vestito è a strisce colorate [spesso gialle e arancioni] e integrato da un cappello a larghe tese adorno di piume), come pure le enormi dimensioni, sproporzionate, dello spadone che si trascina al suo fianco in modo rumoroso e impacciato. Come copricapo, certe volte, ostenta un elmo su cui è impresso come stemma un porcospino: tale animale vuole ricordare come apparve il “valoroso eroe” all'assedio di TREBISONDA, dove fu fatto bersaglio di frecce che si infissero nella sua corazza, tanto da apparire simile all'animale raffigurato.

Da sottolineare che, come per la figura dello Zanni, anche in questo caso ci fu uno sdoppiamento: se le caratteristiche comportamentali su esposte, infatti, si adattano bene a Matamoros, ciò non si può asserire per Spaventa, che viene sempre presentato, invece, come elegante e curato, poeta e sognatore.

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La personalità della maschera si consolidò nella seconda metà del XVIII secolo, come una delle innumerevoli versioni del Capitano, senza però mai acquisire un'identità decisa: talvolta, infatti, è raffigurato come un vecchio, talaltra come un giovane, a volte col ruolo di servo (Zanni, appunto), altre con quello di oste, altre ancora di padre, come si può evincere dai diversi scenari giuntici, ma pur sempre tanto insaziabile e famelico quanto insolente e codardo.

Si può di certo asserire che in un primo momento è a metà tra il tipo del Capitano e quello dello Zanni, per via delle caratteristiche discordanti e le variazioni di ruolo che divennero definite solo in un secondo momento, quando giunse ad essere ascrivibile più alla tipologia del Capitano, che dietro la divisa e un eloquio reboante nascondeva i propri vizi e le proprie debolezze. Tra essi sono da ricordare Scaramuccia, più propriamente spalla del Capitano, di origine italiana, ma che ottenne maggior successo in Francia dove divenne Scaramouche, Bellavita, Zerbino, Coccodrillo, Scaricabombardone, Spaccamonte, Rinoceronte, Terremoto, Spezzaferro, Corazza, Cardone, Matamoros, Rodomonte e Spaventa di Vall'Inferna: questi ultimi due confusi a volte in un unico personaggio chiamato Capitan Rodomonte Spaventa e da alcuni assimilato a Capitan Fracassa,  rappresenta,do, comunque, l'ideale, distorto, del militarismo spagnolo.

I documenti iconografici pervenutici, infatti, nel nostro caso ci restituiscono la sua figura sempre in tali vesti, incarnando l'immagine di un capitano di origine spagnola, vanitoso e fanfarone che ha più le caratteristiche del furfante che dell’uomo d’armi.

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Ἀδάμας Mέλας (Adàmas Mèlas)

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Come riportano svariati siti, senza citarne però la fonte,

Giangurgolo porta sul volto una mascherina [di solito] rossa con un nasone di cartone [di enormi proporzioni, lungo e grosso, caratteristiche ricordanti le tipiche deformazioni di quei priapi di palcoscenico che erano i mimi], in testa un alto cappello a forma di cono [di feltro e allungato, di tipica foggia calabrese, tipo “cervone”, come quello che divenne il tipico cappello dei briganti], di colore marrone o nero, con fascia rossa, ornato con una cadente piuma di pavone. Indossa un collettone [una gorgiera] bianco alla spagnola tutto pieghettato [di ruche], un corpetto rosso e un giubbone a righe gialle e rosse con polsini bianchi merlettati, calzoni sotto il ginocchio [a sbuffo] e calze sempre a righe gialle e rosse, scarpe di vernice nera con fibbia, cinturone e un lungo spadone con [vistosa] bandoliera [una striscia di passamaneria ricamata].

(Nelle parentesi quadre elementi estranei al testo, ma ritrovati in altri e introdotti qui a maggiore descrizione.)

Varianti descrittive parlano di un corpetto stretto a righe rosse e gialle, di una giubba attillata rossa, di una marsina rossa arabescata, di una camicia bianca con ampie maniche senza collo e polsini, legata con fettucce colorate, di guanti neri e di calze bianche. Talvolta le strisce, però, erano di due tonalità di rosa. E il volto incorniciato da barba e baffi alla moschettiera.

Il primo a compiere seri studi su questa maschera è stato il giornalista e scrittore Vincenzo PITARO, che con essi ha contribuito a farla conoscere meglio sia in Calabria che fuori, oltre a stimolarne l’interesse di varie enciclopedie spagnole. A riguardo egli scrive:

Questa maschera tipica calabrese è vestita con marsina e pantaloni gialli rigati di rosso, porta un corsetto rosso, un naso sesquipedale eternamente paonazzo ed un lungo spadone che tiene legato ad una larga bandoliera, ma che non usa mai in quanto che la sua... ferocia si esprime solo a parole, senza passare mai a vie di fatto. Porta un copricapo a cono, ornato da una lunga piuma di pavone (che la dice lunga sul carattere del personaggio) molto in voga nelle Calabrie del '700.

Da notare come i colori (giallo e rosso) siano quelli d'Aragona. Pertanto, l’abbigliamento, per come appare negli scenari di Giovanni D’ANTONIO, detto il Partenopeo, è quello del capitano spagnolo con molti elementi tipici calabresi.

Il suo costume scenico, caratterizzato da una moda spagnolesca intrisa di una certa eleganza e di esasperazione comica, induceva al riso al solo apparire.

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Secondo un'altra tradizione questo personaggio sarebbe stato ispirato da un individuo realmente vissuto e una storia veramente accaduta nella città di CATANZARO.

A raccontarla è Vittorio SORRENTI, in Giangurgolo maschera di Calabria, dove parla del suo primo apparire nella Città dei tre colli, portato nei teatri di tutta Italia da Ottavio SACCO, che definisce “il più grande interprete”. L'autore, per esporre cosa si racconti sulle scene, dice:

Era il 24 giugno 1596. Nel convento delle Suore di Santa Maria della Stella di CATANZARO nasce il personaggio Giangurgolo, ancora bambino ma che diverrà la maschera tipica della tradizione catanzarese. Il suo nome deriva da Giovanni, in onore del Santo del giorno del suo ritrovamento. Trascorre la sua infanzia presso il Convento dei Cappuccini del Monte dei Morti, dove un Padre, oltre all'educazione, tramanda al giovane anche l'abitudine della caccia. È proprio in una battuta che inizia la sua storia: nei boschi Giovanni cerca di salvare uno spagnolo che era stato aggredito e ferito da briganti; lo spagnolo riceve da lui tutte le cure possibili, ma spira, e fa di Giovanni il suo erede, consegnandogli le sue ricchezze ed una lettera che contiene il modo per salvare CATANZARO. Da questo momento, in onore del nobile spagnolo, Giovanni tramuta il suo nome in Alonso Pedro Juan Gurgolos (Giangurgolo). Egli inizia una sua personale lotta contro l'occupazione spagnola che in quegli anni si abbatteva su Catanzaro: Giangurgolo studia bene la strategia, organizzandosi con un carrozzone da teatro col quale, insieme ad alcuni suoi amici, propone spettacoli satirico-politici incitando alla rivolta il popolo catanzarese. Questo piano però fallisce quando le sue intenzioni vengono alla luce, e Giangurgolo viene condannato a morte. La scoperta delle sue origini nobili gli salva però la vita, costringendolo in ogni caso a rifugiarsi in Spagna. La sua permanenza in quei luoghi a lui estranei non dura a lungo, ed egli torna nella sua terra d'origine, dove la peste aveva colpito tutta la città. Al suo ritorno egli riesce a ritrovare il suo amico di teatro Marco, anch'esso malato, e per un abbraccio tra i due la peste viene trasmessa anche a Giangurgolo. La sua morte chiude il sipario della rappresentazione.

In questo caso il suo nome sarebbe correlato esclusivamente alla sua caratteristica principale: l'ingordigia alimentare, ovvero quella fame e insaziabilità di cibo che avrebbe accompagnato questo individuo, e non anche a comportamenti riprovevoli.

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Il nome “Giangurgolo” è un composto. Deriverebbe dalle parole Gian(ni) (o Zanni) e Gurgolo (o Gurgola) e starebbe a significare “Gianni Golapiena”, ovvero “Boccalarga”, cioè “Gianni Ingordo”, per via del suo insaziabile appetito, caratterizzandone così da subito le peculiarità: persona di molte chiacchiere e di grande ingordigia intesa anche come fame. Il suo enorme appetito, infatti, è a stento placato da un carretto di maccheroni, una cesta di pane e due botti di vino.

Col nome “Zanni” si indica un tipico personaggio della Commedia dell'Arte che rappresenta la più antica maschera del servo, e presenta diverse varianti in Italia. Il nostro, infatti, riprende e reincarna con stile calabrese proprio quello bergamasco. Si vedano, a tal proposito, le maschere Brighella (nei panni di primo zanni) e Arlecchino (nei panni di secondo zanni). Come primo zanni troviamo pure Buffetto e Pedrolino (da cui deriveranno il francese Pierrot e l'italiano Pierino), ma anche Stoppino, per lo più secondo zanni, come pure, nei panni di secondo zanni troviamo Trivellino, Frit(t)ellino, Mezzettino, Traccagnino, spesso confuso con Arlecchino, come nel caso di Naccherino e Nespolino, ma anche Temellino, Volpino, Truffaldino, Fichetto, Francatrippa. La funzione di uno Zanni sdoppiato consisteva nella necessità di affidare al primo il ruolo di servo furbo e maneggione e al secondo quello di servo sciocco e pasticcione.

Della parola zanni rimane, infatti, ancora oggi traccia nel dialetto calabrese, nell'uso di espressioni come fari ‘i zanni, che vuol dire, fare degli scherzi, o ancora l'espressione zanniare che vuol dire scherzare appunto. È possibile reperire un ulteriore riferimento allo Zanni nel dialetto reggino, nella tipica espressione Facc’ ‘i Maccu" (Faccia di Macco), che deriva dal personaggio Maccus, il servo sciocco della commedia plautina, molto simile al servo sciocco interpretato da molti Zanni della Commedia dell'Arte.

Il termine “Gurgolo”, invece, vuol indicare bocca larga o grande bocca, ovvero un personaggio, ingordo e goloso, ma anche di gradasso e vanaglorioso, rimandandoci a un altro personaggio della commedia plautina: il Miles gloriosus.

Comunque, l'interpretazione non si ritiene univoca e la spiegazione del ghiottone ingurgitatore potrebbe essere derivata da una deduzione a posteriori.

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Secondo Alfredo BARBINA, invece, che abbraccia l'ipotesi di un'origine sì nel contesto napoletano, ma pur sempre di una maschera calabrese, che impersonerebbe il tipo goffo e rozzo, dai tratti fortemente allettanti per non essere considerata dal fantasioso e pittoresco teatro napoletano, solo in un secondo momento avrebbe assunto quelle connotazioni che lo hanno reso la caricatura del patriziato vano e sfrontato in fuga dai Savoia.

Nel XVIII secolo egli entrò anche in due farse napoletane, dove la sua caratterizzazione, soprattutto il dialetto calabrese, diverso da quello degli altri che era napoletano, lo resero particolarmente individuabile.

Questo personaggio, di molte parole (e molta fame) e di pochi fatti, che rappresentava una parodia dei vari feudatari che avevano spadroneggiato nell'Italia meridionale, nacque, o comunque si sviluppò, secondo la maggior parte degli studiosi, per soddisfare l'esigenza di rendere ridicoli i dominatori spagnoli o a essi rifacentisi e farne la caricatura, ovvero quegli arroganti e boriosi signorotti di quel periodo che imitavano gli atteggiamenti altezzosi e imbelli degli ufficiali spagnoli, e che, agli occhi della popolazione meridionale, dovevano apparire tanto uomini oltremodo stravaganti e bugiardi, nonché affamati e donnaioli, quanto persone del tutto inutili e futili.

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L’origine precisa di questo tanto strano e burlesco quanto gioioso e simpatico personaggio è incerta, a causa della totale frammentarietà delle fonti sia storiche che letterarie, anche se il contesto storico in cui si affermò è quello immediatamente seguente la guerra di successione spagnola e la firma del trattato di UTRECHT (1713)

Secondo alcuni studiosi, come Giuseppe PETRAI, autore de Lo spirito delle maschere, era la caricatura di quelle persone che imitavano i cavalieri siciliani “spagnoleggianti”. Intorno alla metà del XVIII secolo, dopo che la Sicilia venne ceduta ai Savoia col trattato suddetto, molti nobili spagnoli siciliani, per non sottostare ai nuovi dominatori, migrarono verso le sponde del Regno di NAPOLI, approdando nella città di REGGIO DI CALABRIA, dall'altra parte dello Stretto.

Secondo alcune fonti letterarie, invece, risalirebbe al Seicento (se non addirittura alla metà del secolo precedente!), dicendola nata a NAPOLI. È del 1618, infatti, la notizia di un attore, tale Natale CONSALVO, che nella capitale del Regno lavorava nelle vesti di “Capitan Giangurgolo”. Fu Benedetto CROCE a sostenere che sia questa la prima volta che si faccia menzione di tale personaggio calcante le scene dei teatri.

Solo in un secondo momento alcuni testi documentano la sua presenza nella città calabrese dello Stretto.

Secondo tale congettura, la maschera fu importata in Calabria e utilizzata nell’ambito della satira locale per ridicolizzare quegli stupidi e inetti di blasonati siciliani decaduti di origine spagnola e vicini alla corona di Spagna che avevano compiuto la traversata, diventando, tale maschera, quella tradizionale della regione.

Da tale data questo personaggio si moltiplicò in tutta Italia e anche oltre, se addirittura lo troviamo nel 1668 a PARIGI, anche se nel ruolo di Zanni (per cui V. oltre).

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La Commedia dell'Arte, che ha rappresentato uno dei momenti più elevati della storia del teatro, fece uso dalla seconda metà del Cinquecento, per tutto il Seicento, e buona parte del Settecento, di “maschere”, ovvero di tipizzazioni che, già esistenti nella commedia classica e in quella rinascimentale, trovarono in essa maggiore presenza e caratterizzazione, al punto da rappresentare determinate classi sociali e zone geografiche. Esse divennero le vere protagoniste di questo genere teatrale e ne determinarono il successo.

A rappresentare la Calabria ci fu la figura di un milite millantatore chiamato “Giangurgolo”: certamente la maschera più rappresentativa della tradizione culturale della nostra regione relativamente alla Commedia dell'Arte prima e alle festività carnevalesche dopo.

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Venerdì, 01 Febbraio 2013 17:04

Aspettando il Carnevale...

È ai nastri di partenza il Carnevale di CASTROVILLARI & Festival internazionale del Folklore, ormai giunto alla sua 55a edizione. La manifestazione, considerata la prima della Calabria per anzianità e per importanza, nonché tra le prime d'Italia, essendovi prove documentali sin dal 1635, è organizzata dalla Pro loco del Pollino di CASTROVILLARI e patrocinata dalla Città di CASTROVILLARI. Quest'anno a rappresentarla sarà la maschera di Giangurgolo.

È ora in corso la conferenza stampa di presentazione del programma presso Villa BONIFATI.

Prossimamente una scheda del personaggio della Commedia dell'Arte che gli organizzatori hanno preso a simbolo degli eventi carnascialeschi di quest'anno.

Tutte le informazioni possono essere reperite presso il sito ufficiale: <http://www.carnevalecastrovillari.it/>.

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Monday the 16th. Castrovillari in Rete

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